Quando sotto un post di adozione scriviamo che El Alma non utilizza e non consiglia il collare a strozzo, arriva puntualmente la stessa domanda: “Ma se usato bene, che problema c’è?”
Per noi il punto non è stabilire se una persona sia capace o meno di utilizzare correttamente uno strozzo, né sostenere che ogni cane che lo indossa subirà necessariamente un danno. La questione è un’altra: che cosa vogliamo costruire con quel cane e attraverso quali strumenti vogliamo farlo?
Perché uno strumento non è mai completamente separato dal metodo con cui viene utilizzato e il metodo, a sua volta, racconta molto del tipo di relazione che vogliamo costruire con il cane.
Noi recuperiamo cani che spesso arrivano da situazioni difficili. Cani che possono aver conosciuto abbandono, isolamento, esperienze negative, errori di gestione, incomprensioni o semplicemente contesti nei quali i loro bisogni non sono stati compresi. Alcuni presentano problemi comportamentali, altri hanno paura, altri ancora fanno fatica a gestire determinate situazioni o interazioni.
Quando lavoriamo con loro, quindi, il nostro obiettivo non è semplicemente ottenere un comportamento diverso o fare in modo che un comportamento che ci disturba scompaia. Vogliamo mettere il cane nelle condizioni di imparare, acquisire competenze, trovare strategie più funzionali e costruire progressivamente una relazione basata sulla fiducia.
È da qui che nasce la nostra scelta di non utilizzare il collare a strozzo.
Prima di tutto, il corpo
Il collo del cane non è semplicemente il punto in cui agganciare un guinzaglio o quello che risponde meglio ad uno stimolo inflitto. È una zona anatomica delicata, nella quale si trovano strutture importanti: trachea, laringe, esofago, muscoli, vertebre cervicali, vasi sanguigni e nervi.
Nel 2020 Carter, McNally e Roshier hanno pubblicato su Veterinary Record uno studio nel quale sono stati confrontati sette diversi tipi di collare e uno slip lead, utilizzando un modello di collo canino e applicando differenti livelli di trazione. Gli autori hanno rilevato che nessuno dei dispositivi testati produceva, nelle condizioni simulate, una pressione sufficientemente bassa da poter escludere il rischio di lesioni.
È importante essere precisi: si tratta di uno studio sperimentale condotto su un modello e non dimostra che ogni cane che indossa un collare subirà necessariamente una lesione. Il dato interessante, per noi, è un altro: se possiamo evitare di applicare forza sul collo, perché scegliere deliberatamente uno strumento che, aumentando la tensione, aumenta anche la costrizione intorno al collo?
Non abbiamo bisogno di sostenere che ogni utilizzo dello strozzo provochi automaticamente un danno. Ci basta riconoscere che lavorare applicando pressione sul collo comporta un rischio che possiamo scegliere di non correre, soprattutto quando esistono strumenti alternativi che permettono di gestire il cane senza utilizzare la costrizione cervicale come strumento di controllo.
Il problema, però, non è soltanto fisico
La ragione per cui non utilizziamo lo strozzo non riguarda soltanto ciò che accade fisicamente al collo del cane. Riguarda anche il modo in cui il cane apprende e, di conseguenza, il tipo di relazione educativa che vogliamo costruire.
Lo strozzo può essere utilizzato per interrompere o modificare un comportamento attraverso una conseguenza spiacevole: il cane tira e arriva una correzione, si dirige verso qualcosa e arriva una correzione, manifesta un comportamento che non vogliamo e arriva una correzione. Dal punto di vista dell’apprendimento, alcune di queste modalità rientrano nell’utilizzo di tecniche avversive, cioè tecniche nelle quali una conseguenza spiacevole viene utilizzata per ridurre la probabilità che un determinato comportamento si ripeta.
Quello che ci interessa, nel nostro lavoro, è una questione più concreta.
Un cane può smettere di tirare perché ha imparato a camminare al guinzaglio in modo più funzionale; può smettere di abbaiare perché ha acquisito strumenti per gestire quella situazione; può imparare a non avvicinarsi a qualcosa perché ha compreso quale comportamento alternativo gli viene richiesto. Ma può anche interrompere un comportamento semplicemente perché ha imparato che quel comportamento produce una conseguenza spiacevole.
In quest’ultimo caso il comportamento esterno può effettivamente cambiare, ma questo non significa necessariamente che il problema che lo aveva generato sia stato compreso o risolto.
Educare non significa soltanto far sparire un comportamento
Quando un cane manifesta un comportamento che per noi è problematico, la domanda non dovrebbe essere soltanto “Come faccio a farlo smettere?”, ma soprattutto “Perché lo sta facendo?”
Qual è la motivazione che lo porta a comportarsi in quel modo? Quale emozione sta vivendo? C’è un bisogno che non riesce a esprimere diversamente? Quale funzione ha quel comportamento per quel determinato cane e in quello specifico contesto?
Questo non significa che ogni comportamento debba essere lasciato libero di manifestarsi. In alcune situazioni interrompere un comportamento è necessario, soprattutto per ragioni di sicurezza. Ma interrompere un comportamento non significa automaticamente aver educato il cane.
L’obiettivo dovrebbe essere costruire una risposta alternativa, non semplicemente impedire quella che non ci piace.
E questo richiede osservazione, competenza, gestione del contesto e capacità di leggere il cane.
Cosa ci dice la ricerca
Questa non è soltanto una questione di sensibilità personale o di preferenze individuali. Negli ultimi anni diversi studi hanno analizzato il rapporto tra metodi di training, stress, comportamento e benessere del cane, cercando di comprendere che cosa accade quando l’apprendimento viene costruito attraverso differenti modalità.
Nel 2014 Deldalle e Gaunet hanno confrontato due approcci di training e hanno osservato differenze nei comportamenti associati allo stress e nelle interazioni tra cane e proprietario. Si tratta di uno studio con un campione limitato e non può essere utilizzato per affermare che un singolo strumento determini automaticamente un determinato risultato, ma contribuisce a una domanda più ampia: quali conseguenze può avere sul cane un apprendimento costruito abitualmente attraverso stimoli avversivi?
Su questo tema è particolarmente interessante lo studio pubblicato nel 2020 da Vieira de Castro e colleghi. I ricercatori hanno studiato 92 cani appartenenti a scuole che utilizzavano prevalentemente approcci basati sulla ricompensa oppure differenti livelli di tecniche avversive. Non si sono limitati a chiedere ai proprietari come sembrasse stare il loro cane: hanno osservato il comportamento durante le sessioni di training, rilevato indicatori comportamentali di stress, misurato il cortisolo salivare e utilizzato anche un test di bias cognitivo al di fuori del contesto dell’addestramento.
I cani maggiormente esposti a metodi avversivi hanno mostrato più comportamenti associati allo stress, stati comportamentali più tesi e maggiori aumenti del cortisolo dopo il training. Nel test cognitivo hanno inoltre mostrato risposte interpretate dagli autori come maggiormente pessimistiche rispetto ai cani del gruppo maggiormente orientato alla ricompensa.
Gli autori concludono che l’utilizzo di metodi avversivi può compromettere il benessere dei cani sia durante il training sia al di fuori di esso.
Anche qui, però, è importante non fare un salto logico: questo studio non dimostra che il collare a strozzo, utilizzato singolarmente, produca automaticamente tutti gli effetti osservati nella ricerca. Lo studio analizza differenti approcci di training e non un unico strumento.
Per noi, tuttavia, il dato è rilevante perché contribuisce a definire il quadro nel quale prendiamo la nostra decisione: se possiamo educare e gestire un cane senza ricorrere a tecniche avversive, scegliamo di farlo.
Non è una guerra tra scuole cinofile
Non ci interessa trasformare questa discussione nell’ennesima contrapposizione tra scuole di pensiero.
Un cane ha bisogno di regole e limiti, di una persona capace di guidarlo, di prevedibilità, coerenza e competenza. Ha bisogno di essere gestito in sicurezza e di imparare comportamenti compatibili con la vita quotidiana.
La questione, per noi, è come costruire tutto questo.
Scegliamo di non utilizzare strumenti e metodologie che basano il controllo del cane sulla costrizione o sull’applicazione di conseguenze avversive. Questo non significa pensare che un cane debba poter fare ciò che vuole, né significa rinunciare alla gestione o alla necessità di intervenire quando un comportamento è problematico.
Significa scegliere di arrivare alla costruzione delle regole e delle competenze attraverso strumenti che non richiedano di provocare disagio, paura o dolore per ottenere una risposta.
E la pettorina?
Anche qui è importante essere chiari: la pettorina non educa.
È uno strumento di gestione che, se scelto e regolato correttamente, permette di evitare di concentrare la forza sul collo. Questo non significa che tutte le pettorine siano uguali o che una pettorina sia biomeccanicamente perfetta.
La ricerca sulla biomeccanica ha infatti evidenziato che il design della pettorina e la conformazione del singolo cane possono influenzare alcuni parametri del movimento, compresa l’estensione della spalla. Per questo una pettorina deve essere scelta, regolata e adattata al singolo cane e non può essere considerata automaticamente adeguata soltanto perché è una pettorina.
Ma non abbiamo bisogno che sia uno strumento perfetto per preferirla allo strozzo.
Ci permette di gestire il cane evitando di utilizzare il collo come punto sul quale esercitare una correzione.
E questa, per noi, è una differenza sufficiente.
Ancora di più quando parliamo di recupero comportamentale.
Un cane recuperato può arrivare con esperienze negative, paure, scarsa capacità di adattamento, comportamenti reattivi, difficoltà sociali o semplicemente una storia che non conosciamo completamente. In questi casi dobbiamo prima di tutto capire chi abbiamo davanti e quali sono le ragioni che stanno alla base dei suoi comportamenti.
Non possiamo pretendere che il cane sappia già fare qualcosa che nessuno gli ha mai insegnato e non possiamo pensare che ogni comportamento indesiderato debba essere semplicemente eliminato.
Un cane che reagisce può avere bisogno di imparare a gestire una situazione a una distanza diversa; un cane che ha paura può avere bisogno di sentirsi al sicuro prima ancora di poter apprendere qualcosa; un cane che non sa gestire una determinata interazione può avere bisogno di costruire gradualmente nuove competenze.
Il recupero comportamentale, quindi, non consiste nell’inibire un comportamento problematico, ma consiste nel creare le condizioni perché il cane possa sviluppare un comportamento diverso e più funzionale.
Ed è proprio per questo che, nel nostro lavoro, la tecnica non può essere separata dalla comprensione del comportamento.
Etologia, etica e responsabilità
Per noi educazione ed etologia non possono essere separate. L’etologia ci aiuta a comprendere il comportamento animale nel contesto in cui si manifesta; l’educazione ci permette di accompagnare il cane nell’apprendimento di competenze utili alla convivenza con noi; l’etica, infine, ci obbliga a porci una domanda che va oltre l’efficacia immediata di una tecnica.
Non dobbiamo chiederci soltanto “funziona?”, ma anche “a quale costo per il cane?”
Perché molte cose possono funzionare. Un comportamento può diminuire, un cane può smettere di fare qualcosa, un esercizio può essere eseguito correttamente. Ma il risultato non è l’unico elemento che dovrebbe determinare la scelta del metodo.
Dobbiamo considerare anche l’esperienza che stiamo costruendo per il cane mentre arriviamo a quel risultato.
Per noi questo significa mettere al centro il benessere dell’animale, anche quando sarebbe più semplice cercare una soluzione rapida, e significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Perché un’associazione di rescue deve avere una posizione sullo strozzo?
Questa è forse la parte più importante della nostra scelta.
Noi non siamo soltanto persone che recuperano cani in difficoltà. Li affidiamo.
Quando scegliamo una famiglia, quindi, non ci interessa soltanto sapere se quella persona può occuparsi materialmente del cane. Ci interessa capire come pensa di vivere con lui, che tipo di rapporto vuole costruire, come affronta le difficoltà, a chi si rivolgerebbe se emergesse un problema e quale tipo di educazione considera accettabile.
Affidare un cane significa assumersi una responsabilità che non termina nel momento in cui il cane entra nella nuova casa.
Per questo, per noi, alcuni principi non sono semplicemente preferenze personali: fanno parte del modo in cui intendiamo il rescue.
Non affidiamo un cane “a qualunque costo”. Cerchiamo la famiglia più adatta a quel determinato cane e cerchiamo di costruire un abbinamento che possa funzionare nel tempo. Allo stesso modo, non scegliamo uno strumento o una metodologia soltanto perché può produrre rapidamente il comportamento che ci interessa, ma valutiamo se quello strumento sia coerente con il tipo di relazione che vogliamo costruire.
Noi abbiamo fatto questa scelta
Abbiamo scelto di non utilizzare il collare a strozzo e di non basare il nostro lavoro sulla correzione attraverso la costrizione. Abbiamo scelto di lavorare sulla comprensione del comportamento, sulla gestione del contesto, sulla prevenzione, sulla costruzione di competenze e soprattutto sulla relazione.
Non perché pensiamo che sia sempre la strada più semplice, ma perché è quella che riteniamo coerente con il modo in cui vogliamo prenderci cura dei cani che recuperiamo e con la responsabilità che ci assumiamo quando li affidiamo a una famiglia.
Alla fine torniamo sempre alla relazione
Educare non significa lasciare che il cane faccia ciò che vuole, così come mettere regole e limiti non significa necessariamente ricorrere alla coercizione. Significa essere una figura coerente, prevedibile e sicura; significa guidare il cane nelle situazioni che non sa ancora gestire, insegnargli comportamenti alternativi e aiutarlo a costruire le competenze necessarie per vivere nel mondo che lo circonda.
Significa anche saper riconoscere quando il cane sta comunicando che qualcosa è troppo difficile per lui e non confondere l’interruzione di un comportamento con la soluzione del problema che lo ha generato.
Per questo il nostro obiettivo non è avere semplicemente un cane che “non fa” qualcosa. Vogliamo che impari cosa può fare al posto di quel comportamento e che possa acquisire queste competenze senza dover imparare che ogni errore, ogni paura o ogni difficoltà hanno necessariamente una conseguenza da temere.
È questo il tipo di relazione che vogliamo costruire con i cani che recuperiamo e che vogliamo aiutare le loro future famiglie a costruire con loro.
Ed è esattamente per questo che, nel nostro lavoro, il collare a strozzo non trova spazio.
Bibliografia
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